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^^^^^^FRIDUCHITA^^^^^^

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Colore su bianco, il diario consegna al segno l’amore per Diego Rivera, fonte di dolore e di gioia, impossessamento totale. E’ un discorso amoroso indescrivibile, "attaccamento fisico e psichico", (Sarah Mc Lowe nell’introduzione al diario) che sfiora il misticismo.


"Diego la verità grandissima, è che io non vorrei né parlare né dormire, né ascoltare, né desiderare. Sentirmi intrappolata senza paura del sangue, senza tempo né magia, dentro la tua stessa paura , e dentro la tua grande angoscia, e dentro lo stesso battito del tuo cuore".


"Vorrei dipingerti, però non ci sono colori, pur avendone tanti, nella mia confusione, la forma concreta del mio grande amore". La "leggenda locale" (Roland Barthes, "Frammenti di un discorso amoroso") di Frida e Diego, grazie alla pittura, assurge a storia universale, declamazione sottratta per sempre alla forza del tempo.


"Non otterrò più di un ricordo prodigioso di te che passasti nella mia vita cospargendo gioielli che raccoglierò solo dopo che te ne sarai andato".


Dispendio amoroso, definì Barthes, questa affermazione continua, questa ripetizione ciclica che porta alla Bellezza.


" Diego inizio / Diego, costruttore / Diego, mio ragazzo / Diego, mio sposo / Diego, pittore / diego, mio amante / Diego, mio "marito" / Diego, mio amico / Diego, mio padre / Diego, mia madre / Diego, mio figlio / Diego, io / Diego, universo / Diversità nell’unità".


Il delirio della passione si ripete uguale a se stesso ed acquisisce da questo la sua forza.


"Mio Diego non sono più sola / Ali? Tu mi accompagni. Tu mi addormenti e mi avvivi".

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Un cammino verso la morte, in continuità con le credenze del suo popolo: la morte che genera vita, per una vita che è stata un lento morire. Negli ultimi dieci anni, Frida Kahlo consegna questo suo abbandonare il mondo alla parola scritta, o meglio, dipinta: la stagione dei grandi autoritratti è passata e sta per lasciare il posto ad un simbolismo incalzante, che acquista sempre più spazio, sempre più in simbiosi con l’universale, con la natura e le forze cosmiche più vitali: il sole, la luna, gli dei della civiltà precolombiana ("L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra, io, Diego e il signor Xólatl" è del 1949). Fino ad arrivare all’abbandono totale della forma antropomorfa: la nature morte degli ultimi anni sono l’estremo autoritratto di un corpo in disfacimento che non vuole più identificarsi in contorni umani, forma estrema in cui specchiarsi (ecco l’iscrizione apposta allo schizzo di un vaso con volto umano "Natura molto morta!"). La parola dipinta documenta tutto questo, proseguendo idealmente la rete sottile dei filamenti (nervi, vene, capelli) che aveva rappresentato negli anni precedenti. Il diario spiega e rivela anche il suo percorso precedente ed è visceralmente legato ai colori, alla parola "colorata": "Proverò i lapis affilati sul punto infinito che guarda sempre avanti: il verde – luce calda e buona / solferino – azteca Tlapali vecchio sangue di nopal, il più vivo e antico color di "mole", di foglia che va / terra / (…) anche la tenerezza può essere di questo azzurro sangue?".

"Chi direbbe che le macchie vivono e aiutano a vivere? Inchiostro, sangue, odore. Non so che inchiostro userei che voglia lasciare la sua impronta in tal forma. Io rispetto la sua istanza e farò quanto è in mio potere per fuggire il mio mondo / mondi inchiostrati – terra libera e mia, soli distanti che mi chiamano perché faccio parte del loro nucleo. Sciocchezze! Che farei senza l’assurdo e l’effimero? 1953 capisco già da molti anni la dialettica materialista":





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Frida Kahlo sapeva cantare. La sua voce era profonda. La sua risata viscerale. Diceva parolacce. Aveva un grande amore per gli amici. E sapeva stare con la gente comune.
La si considera vicina ai dadaisti per le provocazioni, e ai surrealisti nella tensione all' origine e nell'interesse per l'inconscio. Di lei Diego Rivera dice: "Mai fino ad allora una donna era stata capace di mettere sulla tela tanta disperata poesia".

Il diario non l'ha concepito per il pubblico, è una memoria privata. Sta dunque fuori scena, cioè è ob-scena: osceno.
Un diario dunque che è testimone di un essenziale sentimento verso se stessa.
Essere assente come totalità ("le mie gonne con le balze di merletto e la vecchia camicetta che portavo sempre, fanno il ritratto assente di una sola persona"). Essere frammentata ("non sono malata, sono a pezzi") e insieme frammento. Desiderante appartenenza ("terra libera e mia. Soli distanti che mi chiamano perché faccio parte del loro nucleo").
Partendo dal suo corpo non malato ma "fatto a pezzi" va oltre le sue messe in scena, i suoi travestimenti con gli spettacolari ornamenti delle contadine messicane, il vestito-travestimento-provocazione che mostra un'assenza (ciò che si è perduto) rivelando contemporaneamente desiderio di appartenenza (a una terra, l'antico Messico, sono degli olmechi, aztechi, toltechi gli dei, i miti, i templi).
Entrare in questo fuori-scena permette di capire di che cosa si compone la scena, quali artifici la rendono possibile e a quali segreti pensieri permette di emergere da quel fondo indistinto dell'essere di cui si alimenta la vita. E' farsi guardare (interrogare) dalla maschera. Artificio meraviglioso, che nascondendo mostra, smaschera.


Pittrice lenta, meditativa, il cui lavoro interiore diventa misteriosamente vicino al prossimo, al mondo animale, delle piante, delle terre e dei cieli, considera la conoscenza di sé bellezza, un divenire mai un compimento, e l'amore un generare unirsi, un evento sacro, nel diario ha un tratto rapido, tormentato, che rivela l'immediatezza della sensazione appena provata (disegni che fissano provvisoriamente immagini latenti appena affiorate).

Sono appunti teorici, riguardano le forme del fare e quelle del pensare. Quel luogo che sta tra ed è "orma di piede e orma di sole".

"Il mio desiderio è capire la linea la forma l'ombra il movimento". "Con enorme inquietudine, ma con la certezza che tutto è governato dalla 'sezione aurea'. C'è un adeguamento cellulare. C'è un movimento. C'è luce. Tutti i centri sono gli stessi. La pazzia non esiste. Siamo gli stessi che eravamo e che saremo. Senza contare sul destino idiota".
"Sorpresa, indugiò a osservare le stelle-sole e il mondo vivo-morto e a stare nell'ombra".
"La vita scorre, e apre sentieri, che non si percorrono invano. Ma nessuno può trattenersi, 'liberamente' a giocare su quel sentiero, perché ritarda o devia il viaggio atomico e generale".

Ricerca di unità come esistenza compresente degli opposti. "La rivoluzione è l'armonia della forma e del colore e tutto esiste, e si muove, sotto una sola legge = la vita = Nessuno è separato da nessuno. Nessuno lotta per se stesso. Tutto è uno. l'angoscia e il dolore, il piacere e la morte non sono nient'altro che un processo per esistere. La lotta rivoluzionaria in questo processo è una porta aperta all'intelligenza".




La morte compagna. "Un'enorme uscita molto silenziosa", "siamo diretti verso noi stessi attraverso milioni di esseri pietre - esseri uccelli - esseri astri - essere microbi - essere fonti di noi stessi", "io credo che sia meglio andare, andare e non scappare. Che tutto passi in un momento. Magari".

La pena e il dolore: "Aspettare con l'angoscia contenuta, la spina dorsale spezzata, e lo sguardo immenso senza poter andare, lungo il vasto sentiero… movendo la mia vita serrata nell'acciaio", "silenziosamente, la pena / rumorosamente il dolore. Il veleno accumulato mi lasciò a poco a poco l'amore. Mondo strano era già il mio di silenzi criminali di vigili occhi estranei equivocando i mali".

E infine il ritrovamento di se stessa bambina (la seconda Frida). "Entravo e scendevo fuori del tempo nelle viscere della terra, dove la mia 'amica immaginaria' mi aspettava sempre. Non ricordo il suo aspetto né il suo colore. Ma ricordo la sua allegria - rideva molto. Senza suoni. Era agile e danzava come se non avesse peso alcuno. La seguivo in ogni suo movimento, e le raccontavo, mentre lei danzava, i miei crucci segreti. Quali? Non ricordo. Ma lei sapeva dalla mia voce tutte le mie cose. Quando ritornavo alla finestra, entravo per la stessa porta disegnata sul vetro. Quando? Per quanto tempo ero stata con 'lei'? non so. Forse un secondo o migliaia di anni… Ero felice. Cancellavo la 'porta' con la mano e 'spariva'. Correvo con il mio segreto e la mia allegria nel più remoto angolo del cortile di casa mia, e sempre nello stesso posto, sotto un albero di cedro, gridavo e ridevo. Sorpresa di essere sola con la mia gran felicità e con il ricordo cos' vivo della bambina. Sono passati 34 anni da quando ho vissuto quella magica amicizia e ogni volta che la ricordo, rivive e cresce, sempre di più dentro il mio mondo".

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mi piacerebbe conoscere....

non saprei...
tutti o nessuno...
chiunque sappia cosa dire nel posto giusto e al momento giusto...
chiunque sappia darmi delle emozioni scrivendo...
chiunque crede di poter cambiar il mondo...
chiunque sappia capirmi con la mia lunacità...
chinque possa capirmi guardandomi negli occhi...
chiunque si batte nei valori in cui crede...
chiunque sappia amare gli altri piu di se stessi...
chiunque non sappia giudicare...
chiunque ama gli sguardi intensi...


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